Il silenzioso naufragio del Codice dello Spettacolo

Fonte: ateatro

Il 27 dicembre 2018, nel silenzio generale e nel fracasso che ha accompagnato la discussione della legge di bilancio, è scaduta la proroga accordata al Ministro dello Spettacolo per approvare i Decreti Attuativi del Codice dello Spettacolo.

L’approvazione della legge, nell’autunno 2017, era stata salutata con giubilo dall’intero settore. Finalmente dopo 50 anni la Repubblica italiana aveva una legge sullo spettacolo, dopo decine di tentativi abortiti. Un evento epocale…
Non è successo niente.

La legge 175 “Disposizioni in materia di spettacolo e deleghe al Governo per il riordino della materia” (GU n.289 del 12-12-2017) individuava alcuni principi e ambiti e delegava il Governo a adottare “uno o più decreti legislativi” tanto “per il coordinamento e il riordino delle disposizioni legislative e di quelle regolamentari” che “per la riforma, la revisione e il riassetto della vigente disciplina…”. I Decreti avrebbero dovuto essere emanati entro il 27 dicembre. In alternativa, una ulteriore proroga che però non è arrivata.
Senza i Decreti attuativi il Codice dello Spettacolo sprofonda nel limbo delle buone intenzioni. Affonda nel nulla…
Il Ministro Bonisoli, che avrebbe avuto carta bianca nella stesura dei Decreti, aveva annunciato di voler chiedere una ulteriore proroga, ma evidentemente le priorità erano altre. Come nel Gioco dell’Oca, la Legge sullo Spettacolo torna per l’ennesima volta alla casella di partenza.
A questo punto restano aperte due opzioni. La più ambiziosa sarebbe imboccare di nuovo il cammino parlamentare, con una nuova Legge, individuando i principi e prendendo quindi in esame il complesso dei temi relativi allo spettacolo (questa visione era senza dubbio l’aspetto più positivo della legge decaduta: non solo di finanziamenti trattava, ma di territorio, lavoro, rapporto con il mondo della scuola, con il turismo, con l’area sociale, di internazionalizzazione…).
L’alternativa è un nuovo Decreto ministeriale che si limiti a rivedere il FUS, come previsto esplicitamente nel Contratto di Governo, accontentandosi per il triennio 2020-2023 di ritoccare il tanto vituperato Decreto in vigore per il triennio 2018-2020. Con un FUS ormai ridotto a meno dello 0,02 – zero virgola zero due – per cento del PIL sarebbe una ridicola lotta per le briciole… Anche se nel frattempo i deputati di FDI Federico Mollicone e Paola Fraccaro hanno fatto inserire durante la discussione sulla manovra un ordine del giorno, accolto come raccomandazione dal Governo, in cui si chiede di valutare la possibilità di una riorganizzazione del FUS e di istituire un Osservatorio per la vigilanza di gestione delle fondazioni lirico sinfoniche che trimestralmente relazioni al ministero e al Parlamento sul loro stato economico.
La mancata Proroga ha suscitato qualche polemica tra i parlamentari di maggioranza [Vacca] e opposizione [Rampi].
A colpire, ancora una volta, sono il silenzio e lo scarso peso politico del mondo teatrale, che nel giro di un mese ha ingoiato senza un singhiozzo la cancellazione di Migrarti (un progetto che dà senso alla funzione sociale del teatro oggi), le assegnazioni dei fondi per i progetti speciali del Ministro, con il loro mix di vecchie e nuove clientele e l’assenza di qualunque progettualità, e l’azzeramento del Codice dello Spettacolo.

L’appello di Cresco

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